L'omelia del Cardinal Matteo Maria Zuppi al 44° Pellegrinaggio

Perché camminare insieme? Perché siamo un popolo e non delle isole, perché l’uomo non è un’isola; perché le distanze, che la pandemia del COVID ha provocato in questi due anni e ci ha tenuto tanto fermi, ci spingono a contemplare la bellezza di essere insieme.

Stasera camminano con noi i tantissimi che non hanno potuto farlo fisicamente, ma che sono uniti nello Spirito. Siamo insieme, perché in questa strada, specialmente quando si fa più difficile, non vogliamo che nessuno resti indietro. Siamo insieme perché l’altro, qualunque, è sempre nostro fratello. Infatti capiamo che ogni compagno di viaggio, anche quello che sembra così distante da noi, è il nostro prossimo. Lo diventa, e noi per lui lo diventiamo, solo camminando e amando.

Camminare ci fa capire il tanto che ci unisce e che a volte non troviamo più e questo ci addolora. Qui, incerti e inquieti, troviamo certezza e forza. Siamo tanti ma non siamo una massa. Lo diventiamo, una massa, quando seguiamo i sentieri individuali, credendo così di essere noi stessi. Solo insieme troviamo il nostro io!

Camminiamo perché non possiamo stare fermi, perché il Signore ci ha chiamato quando eravamo oziosi oppure stanchi a riassettare le reti o nascosti dietro un tavolo di imposte ad aspettare che gli altri venissero da noi.

Camminiamo perché la vita stessa è un cammino, un pellegrinaggio meraviglioso e drammatico che ci porta ad attraversare anche le valli oscure ma sempre scoprendo il pastore che è con noi, l’unica vera sicurezza nella notte del potere delle tenebre. E’ una notte terribile come la guerra, come quella che umiliò Gesù, notte di umanità perduta, con la complicità degli indifferenti, di quanti invece di preparare gli strumenti che danno la vita costruiscono quelli sempre più terribili che procurano la morte. La paura ci vuole persuadere che è meglio stare fermi. Ci induce a pensare a noi stessi senza gli altri, a salvare noi stessi, magari cercando rassicuranti esperti che nutrono l’egocentrismo. Le risposte le troviamo solo camminando, aiutando a camminare, affidandoci allo Spirito che non farà mancare nulla. Camminare ci fa capire questa esperienza di fraternità, questa “carovana solidale, santo pellegrinaggio” che è la risposta alla pandemia. Il male divide. L’amore unisce!

Camminare relativizza l’io al noi, rivelando la bellezza del dono che siamo ognuno di noi, gli uni per gli altri, per tutti, specialmente per i poveri travolti dalla pandemia della guerra. Non abbiamo paura degli imprevisti del cammino, ma abbiamo paura di non camminare, perché perdiamo il futuro. Cerchiamo la casa di Maria e camminando noi stessi diventiamo casa, perché la chiesa è casa di tutti, fratelli tutti. Dio stesso è comunione, Trinità santa e benedetta, una cosa sola come chi vive per l’altro.

Camminiamo perché spinti da un desiderio, che ci fa sentire il bisogno, che ci rende leggeri, che ci fa uscire dalle sicurezze che diventavano in realtà prigioni. Il desiderio di trovare qualcosa lo abbiamo inscritto dentro e l’amore dei fratelli e di Gesù, pellegrino con noi, ce lo ha acceso. Sì, sentiamo ardere il nostro cuore ascoltando la sua parola, vedendo come per strada il pellegrino continua a spezzare il pane per noi perché anche lo facciamo con gli altri.

È una casa di pace che ci attende perché vogliamo che il mondo intero sia una casa di pace. La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. Ecco capiamo le cose future e le contempliamo oggi in mezzo a noi. «La preghiera diventi, sull'orlo del nostro orizzonte, l'avamposto della nostra umanità, della nostra umanità in battaglia, perché la condizione della battaglia è inevitabile e inesorabile, anzi, per il Signore è stata la croce. Qualsiasi errore, qualsiasi recidività nei nostri errori non ci fermi. Non ci fermi, perché Dio è misericordia».

“A Dio tutto è possibile” e tutto è possibile a chi crede. E solo affidando tutto a Dio tutto diventa possibile. Ecco la certezza della nostra speranza.

Sessanta anni fa un Papa che tutti chiamarono buono disse: “Tutti insieme ci animiamo cantando, sospirando, piangendo, ma sempre, sempre pieni di fiducia nel Cristo che ci aiuta e che ci ascolta, continuare e riprendere il nostro cammino”. Diventiamo strumenti di questo amore.

Per camminare bene e capire il nostro cammino sulle terra dobbiamo guardare il cielo. Guardiamo il cielo e le stelle che illuminano le notti più scure. La luce si vede di più proprio quando il buio è più fitto. “L’Oltre di Dio ci rimanda all’altro del fratello. Ma se vogliamo custodire la fraternità, non possiamo perdere di vista il Cielo”. Solo insieme c’è futuro. E la casa è una sola. “Non ci sarà pace finché gli altri saranno un loro e non un noi. La pace non chiede vincitori né vinti, ma fratelli e sorelle che, nonostante le incomprensioni e le ferite del passato, camminino dal conflitto all’unità”.

Tutto è possibile? Sta a noi. “Sta a noi ricordare al mondo che la vita umana vale per quello che è e non per quello che ha, e che le vite di nascituri, anziani, migranti, uomini e donne di ogni colore e nazionalità sono sacre sempre e contano come quelle di tutti! Artigiani di pace, generatori di amore. “Tutto è possibile a chi crede”. “Credo, aiuta la mia incredulità!”. (Mc 9,24). Tutto può cambiare, l’amore è più forte del male e diventa costruzione di quel mondo “Fratelli tutti” che è l’unica via perché il mondo non si distrugga. Sempre con gioia.